Tutte le foto e i testi sono proprietà di Francesco Corbetta
logo

People & People

Quando osservo una fotografia di Francesco Corbetta non riesco a non domandarmi: in quale città ci troviamo? A che contesto urbano fa riferimento questa immagine? Mi sembra di distinguerlo, ma ... Un attimo dopo essermeli posti, questi interrogativi mi sembrano di solito un po’ inutili, o forse utili per il solo fatto di essere sorti e di segnalare in tal modo una sensazione di fondo. Per approcciare le foto insomma è importante riconoscere, più che la città o il quartiere di riferimento, il senso di spaesamento che le caratterizza.
So che questo termine viene generalmente inteso in un’accezione negativa, cioè come sinonimo di estraneità e confusione.
Nell'adoperarlo invece io mi ricollego al suo etimo, a quella parola latina pagus che significa villaggio in un senso rafforzativo, cioè come luogo di profondo radicamento, e che rappresenta l’opposto speculare di urbs, vale a dire città.
Lo spaesamento – etimologicamente sine pagu, cioè senza paese – era la condizione nella quale si trovava chi, verso la fine dell’800, si recava a Parigi dai villaggi rurali circostanti e, nel clima caleidoscopico della metropoli, smarriva l’immagine e finanche la memoria del pagus, del suo paese di provenienza.
Una sensazione strana, accattivante e conturbante allo stesso tempo, a metà tra il frastornamento e un’appagante concitazione.

+

Certo, l’800 per fortuna è lontano, e con le metropoli abbiamo imparato a conviverci più o meno soavemente. Ma ci sono ancora luoghi e soprattutto momenti della condizione urbana in cui le coordinate spaziotemporali sembrano collidere generando un senso di stupore e sospensione. Per chiarirci, non sto affatto parlando dei cosiddetti non-luoghi, di quelle zone di passaggio, anonime e neutre, così indagate e in fondo celebrate dall’arte degli anni novanta. Le immagini di Francesco Corbetta sono semmai iper-luoghi, ambiti saturi di identità e percezioni che si mescolano, si stratificano, senza però compattarsi: anzi si svuotano, si alleggeriscono paradossalmente quanto più si accumulano. Luoghi colorati, briosi e spesso brulicanti, che talvolta sono appena sfiorati da un’elegante malinconia, ma che emanano pur sempre un senso di riservatezza e persino di felicità. Già, esiste anche uno spaesamento felice, come queste foto testimoniano: non è che l’altra faccia dello spaesamento, il suo possibile rovescio. Non a caso le immagini scaturiscono dall’inversione cromatica degli scatti effettuata in post produzione: un’operazione emblematica della ricerca dell’altro versante della realtà, del suo lato più intenso e più intimo, che caratterizza il lavoro di questo artista.